l'immagine della città festival di cinema documentario e fotografia 1a edizione Napoli 27 novembre-3 dicembre 2014

1-3 dicembre

Workshop

Mediateca Santa Sofia
Via Santa Sofia, 7

Vedute Napoletane

Campo lungo

Nella prefazione a un volume dedicato al cinema napoletano degli anni Novanta – a quella ondata, caratterizzata dagli esordi di Martone, Capuano, Incerti, De Lillo, Corsicato, passata alla storia come «Nuovo cinema napoletano» – Fulvia Caprara scriveva di una difficoltà, tutta napoletana, di ordinare i fenomeni della realtà, che rendeva impossibile sistematizzare i protagonisti e le esperienze di quella vague. Impensabile, dunque, mettere in campo parole come «scuola» o «filone» per tenere insieme quei cineasti e i loro film: a Napoli, chiosava Caprara, «più che formare una scuola è possibile riconoscersi nella folla, sfiorarsi, sentire di avere in comune qualcosa, toccarsi per un attimo».

Vent’anni dopo, mutatis mutandis, ci sembra di poter adattare quella visione allo scenario attuale della produzione documentaristica sulla città di Napoli. La mole dei lavori di non-fiction girati all’ombra del Vesuvio nell’ultimo decennio è copiosa (difficile parlare di cifre, di sicuro non meno di quindici titoli all’anno), sospinta più dall’alleggerimento del percorso realizzativo dell’opera cinematografica che da un’effettiva propulsione della realtà produttiva e distributiva locale. Lo sforzo di singole realtà per vocazione attente al cinema documentario – si pensi a Teatri Uniti, a Parallelo 41 e alla più recente Figli del Bronx – non basta per poter dire di un tessuto produttivo realmente florido.

Ricercare una narrazione comune è, così, impresa vana: in assenza di esperienze e vissuti condivisi che leghino autori e progetti tra loro lontani, i discorsi paiono frammentati, se non solipsistici.
Per la verità, da questa nuvola di temi e titoli, un racconto maggioritario emerge, ed è quello legato, a livello tematico e d’immaginario, alla sfera del disagio, della criminalità, della marginalità sociale ed economica. Da una parte questo dato trova pronta giustificazione nella presente temperie storico-politica che vede la città in oggettiva difficoltà, come e più del resto del paese: c’è una Napoli che brucia, producendo fiamme talmente alte da rendere impossibile ignorarle per un cinema che voglia dirsi «del reale».

Allo stesso tempo, però, non si può negare un diffuso adagiarsi filmico su personaggi e luoghi di una certa Napoli «difficile» divenuti ormai altamente riconoscibili al pubblico, tanto da attivare una specie di comoda logica seriale del disastro. Il giogo della cronaca – che questa risponda o meno a una reale esigenza di pubblica informazione – finisce in molti casi per appiattire e mortificare lo sguardo documentario. I recenti successi di prodotti editoriali e televisivi legati a questa narrazione del disastro hanno fatto il resto, talvolta loro malgrado, preparando il terreno a facili produzioni mimetiche quando non prettamente imitative.

Un luogo poco comune

Ma se storicamente il cinema ha stabilito, sin dalle origini, un rapporto elettivo con la città, ciò è avvenuto perché l’ha identificata quale «spazio delle infinite possibilità», luogo imprevedibile dell’incontro tra istanze diverse, dove tutto può accadere. E Napoli di questa complessità può incarnare un emblema: il pensiero corre ancora, quasi un secolo dopo, a Walter Benjamin e alla sua intuizione di Napoli quale città porosa, che assorbe ogni umore e significato esterno con cui venga a contatto per rielaborarlo in uno stato nuovo e trasfigurato, sempre diverso e mutevole, imprevedibile appunto. Napoli è città inafferrabile anche topograficamente: un groviglio di strade, nel suo cuore più antico, che è possibile percorrere e ripercorrere, ma mai dominare; una periferia che si allarga sempre di più, e che sempre più assomiglia a un labirinto congestionato di impossibile deciframento.

Giovanni Cioni, cyop&kaf, Leonardo Di Costanzo, Lamberto Lambertini, Vincenzo Marra, Giovanni Piperno, i cineasti chiamati a presentare le proprie «Vedute napoletane», attraversano questo decennio napoletano, insieme alle opere che ci portano in dote (In Purgatorio, Il segreto, Cadenza d’inganno, Queste cose visibili, L’amministratore, Le cose belle), con una personalità che li porta a sfidare le rappresentazioni date e a imporre le proprie visioni.

Solo alcuni di loro, è bene precisarlo, sono di nascita napoletani. I loro background, le date di nascita e i vissuti personali, persino le ascendenze cinematografiche, sono eterogenei. L’arco temporale coperto dai loro film è ampio, partendo dal più recente Le cose belle (ancora nelle sale mentre scriviamo) e spingendosi a ritroso fino al 2007 di Queste cose visibili – ma in realtà c’è da andare più indietro, se si considera che lo stesso Le cose belle e Cadenza d’inganno sono composti per larga parte di materiali di film precedenti, risalenti rispettivamente al 1999 e al 2003.

Questa selezione non risponde dunque alla volontà di comporre, in un modo che risulterebbe inevitabilmente artificioso, un’immagine monolitica di Napoli attraverso il cinema documentario. Al contrario, questa selezione piacevolmente si arrende alla lettura di Caprara, prova a fare virtù della impossibilità di «sistematizzare», vantandosi di offrire, della città, una visione prismatica, disomogenea.

Sei vedute

Il veterano del gruppo è Leonardo Di Costanzo, almeno stando alle filmografie. Da vent’anni è un punto di riferimento per il documentario di ambiente napoletano (e non solo), in virtù del suo approccio rigoroso al filmare il reale. Ma c’è una ragione in più se è da lui che cominciamo. Filmando, in Cadenza d’inganno (non a caso il suo ultimo documentario prima della svolta-fiction), la storia di Antonio, adolescente dei quartieri popolari di Napoli, poi fermando le riprese, quindi riprendendole e infine interrompendo definitivamente, il tutto nell’arco di otto anni, l’autore porta la forma-documentario al punto di crisi, fino al gesto estremo di far fallire il proprio film. E questa crisi è indissolubilmente legata anche a Napoli, al dubbio etico di starne sfruttando, attraverso la camera, la sua parte più debole e indifesa.

Anche Le cose belle è un film «ricavato»: il sequel, di fatto, di un documentario realizzato da Agostino Ferrente e Giovanni Piperno nel 1999, Intervista a mia madre, su quattro ragazzini della Napoli popolare e le loro speranze per il futuro. Anni dopo i due autori ritrovano i protagonisti per verificare in che stato siano i loro sogni e realizzano un documentario di strada sublimato dal tempo – esempio rarissimo per il cinema italiano – dalla illuminazione di filmare il tempo che passa tra la vita delle persone. Alle spalle del paesaggio urbano, puntualmente immortalato, in cui i quattro protagonisti insistono, si proietta così un orizzonte ulteriore, inserendo le storie in una dimensione tragica che arriva persino a trascendere la collocazione geografica data.

Più legati all’erranza sono i lavori di Lamberto Lambertini e Giovanni Cioni. Il primo, in Queste cose visibili, si affida allo strumento della passeggiata per affermare una modalità di conoscenza dello spazio urbano che può dirsi determinata e casuale allo stesso tempo. I Campi Flegrei, gli Scavi di Pompei, il Museo Archeologico, la Cappella Sansevero sono alcuni dei luoghi storici e artistici, di enorme significato per Napoli, che la camera di Lambertini attraversa per poi lasciarsi affascinare dai personaggi che vi incontra, e quindi seguire, attraverso le voci di questi, altre piste, altre storie. Il film seduce la città e viceversa, induce Napoli a mostrarsi, anzi a mostrarsi nuovamente per quello che è, altro radicale dal racconto per immagini dominante in questi anni.

Giovanni Cioni è «il più straniero» del gruppo, lui che è cresciuto tra Parigi e Bruxelles per poi stabilirsi, pochi anni fa, in Toscana. Ed è forse anche per questo che In Purgatorio coltiva uno sguardo in parte ancora vergine su Napoli. L’indagine sul culto dei morti è la modalità attraverso cui l’autore impianta una riflessione di spessore antropologico sulle persistenze arcaiche in una metropoli (che si vorrebbe) secolarizzata. Ma senza accademismi: Cioni, cineasta già legato al racconto della città (in precedenza Lisbona e Bruxelles), si cala fisicamente nel ventre di Napoli (tra i suoi cimiteri, i Quartieri Spagnoli, Montesanto e i Decumani) e poi ne proietta la storia misteriosa e secolare sui volti di coloro che oggi la abitano. Stratifica dal vivo, sovrapponendo visibile e invisibile, e così va in cerca del genius loci.

Per Vincenzo Marra L’amministratore rappresenta il naturale prosieguo di un percorso di grande coerenza autoriale, che da L’udienza è aperta (2006) in poi lo vede impegnato a comporre un ritratto della vita a Napoli attraverso alcuni suoi luoghi di particolare forza simbolica: il tribunale, attraverso il titolo già citato, l’area di Bagnoli con le sue speranze frustrate (ne Il grande progetto), il carcere (Il gemello). Un unico lungo film, il cui protagonista ideale potrebbe considerarsi proprio l’Umberto Montella de L’amministratore, un avvocato responsabile di numerosi condomini in diverse zone della città, il che gli permette di condurci in realtà abitative puntuali ed eterogenee, dalle quali è subito possibile produrre lo scarto verso un più generale vivere a Napoli.

Con Il segreto, i ragazzi che danno vita al progetto cyop&kaf hanno esordito potentemente nel cinema portandosi dietro la propria sensibilità e il proprio modo di essere artisti della strada. Dopo un lungo lavoro nei Quartieri Spagnoli con il progetto Quore Spinato, hanno mimetizzato se stessi e la camera in mezzo a una banda di ragazzini e ne hanno seguito partecipi le imprese in giro per la città. Camera a mano, sporca e sempre in movimento, qui è l’occhio stesso, il punto di vista, che sciogliendosi totalmente dentro la situazione e dentro l’azione si libera di qualsiasi sociologismo e lettura preconfezionata. Questa freschezza di sguardo rende possibile una modalità privilegiata di conoscenza della città, che fa de Il segreto allo stesso tempo un film d’azione e un illuminante esempio di cinema politico.

I moventi e gli stili sono diversi, ma questi sei lavori, lontani tanto dalla cartolina quanto dalla fascinazione del disastro, sono lavori in cui la città si vede e si sente, è protagonista. Come se i loro autori recassero la consapevolezza che sfuggire ai «luoghi comuni», a Napoli, significa anche, innanzitutto, sfuggire ai luoghi comuni: avventurarsi, separarsi all’imbocco del cammino per seguire il proprio istinto, probabilmente smarrirsi. E per questa via forse, infine, tornare a riconoscersi nella folla, a toccarsi per un attimo.

Armando Andria
Curatore Vedute Napoletane


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